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La medicina contemporanea e la pandemia: un gigante dai piedi d’argilla. E’ necessario un cambio di paradigmaSiamo in piena pandemia da coronavirus, la gente si infetta in modo sempre più massiccio e i più deboli non ce la fanno. Così un grosso numero di anziani in politerapia per diverse altre patologie muore lasciando, come ogni morte, una striscia di angoscioso rimpianto a chi rimane.

Il genere umano è chiuso in casa e le libertà di movimento nel mondo esterno si riducono sempre più. Chi riscopre il valore del tempo, chi recupera il piacere della condivisione della quotidianità in ambienti familiari ristretti, chi, claustrofobico, è obbligato ad affrontare i suoi demoni, chi, dopo anni di tensioni, arriva ad odiare il coniuge, ognuno di noi si trova davanti ad uno specchio, lo specchio della propria vita e ascolta, come un bollettino di guerra, i freddi comunicati della quotidiana moria. I rapporti con gli esterni nelle fugaci sortite sono sempre più intrisi di diffidenza e timore come indossassimo tutti un burka virtuale.

by Alberto Magnetti

La natura, dopo che il genere umano si è rinchiuso nella gabbia di uno zoo inverso, si rivitalizza in modo sorprendente: l’atmosfera si ripulisce il colore del cielo torna brillante, l’aria cambia odore, gli animali nei parchi riprendono spazio e normalità, il silenzio si riappropria delle città, le strade, sempre intasati da auto ingombranti, si sono svuotate e paiono eleganti vedute di una tela di Sironi del primo novecento.

Le acque dei fiumi e delle lagune tornano alla loro naturale placidità, nei canali veneziani torna un delfino incredulo che si aggira in un mondo che gli sarà sembrato post atomico. Le anatre sulle rive dei fiumi si riprendono gli spazi che l’uomo ha liberato e giocano con i loro neonati. Gli scoiattoli si aggirano interdetti nei parchi senza più trovare essere umani. Un evento come questo ha permesso a tutti di capire quanto la presenza dell’uomo sia devastante per la natura e cosa ci stiamo perdendo a causa della nostra frenetica invadenza.

I media di ogni genere sono in fibrillazione, i giornalisti non si arrestano mai perché l’evento è epocale e mai più (speriamo) potranno vivere una esperienza professionale come questa nella loro vita. Le notizie si accavallano, volti nuovi di esperti si affacciano dallo schermo televisivo, chi con la ritrosia e l’imbarazzo dello scienziato avvezzo più all’introspezione della ricerca che agli scenari cinematografici, chi con la bramosia dell’apparire ad ogni costo come arrogante dimostrazione del proprio valore, le bare sfilano nelle immagini dei telegiornali, i dati del resto del mondo ci convincono che non sarà più come prima come per una grande svolta epocale, analisti e studiosi abbozzano le prime timide ipotesi per il futuro.

Ci si domanda da dove origini questo virus. Tante verità ufficiali e ufficiose ci propongono chi una origine naturale per un salto di genere da pipistrello a uomo, chi una fuga da un laboratorio militare di ricerca per la guerra microbiologica, chi l’immissione su territorio cinese da militari americani per affondare la competizione economica della Cina attraverso i giochi sportivi militari mondiali svoltisi proprio a Wuhan ottobre 19.

Lavori scientifici che sostengono la riconoscibilità della struttura del virus come una tipica firma del virus da laboratorio, altri che sostengono l’esatto contrario. Politiche logistiche diverse in vari parti del mondo per affrontare lo stesso problema, chi fa tamponi a tutti e isola i contagiati, chi non ha tamponi a sufficienza e isola tutti senza controllare che almeno i medici e sanitari in genere non siano positivi asintomatici.

Ci si domanda la causa della virulenza maggiore in certe aree e qui gli scenari si moltiplicano: chi sostiene essere legato all’inquinamento atmosferico perché sia la zona di Wuhan che la pianura padana sono fortemente inquinate da polveri sottili e il coronavirus utilizza le micropolveri come vettori, chi incolpa la forte presenza su quei territori, sia cinesi che italiani, di copertura 5G, rete molto contestata per il rischio di effetti collaterali ancora non ben chiari e chi ancora lega la criticità della virulenza del coronavirus ad una supposta interferenza virale data dai vaccini antiinfluenzali a cui i morti e i sintomatici si erano sottoposti in autunno.

Tante ipotesi, tante possibilità, tante risposte nessuna certezza, per ora, ma la constatazione di una ineluttabile realtà: la medicina moderna così com’è ha dimostrato i suoi limiti nell’affrontare un evento eccezionale e grave come questo. E non parlo della disorganizzazione logistica o la mancanza di mezzi strategici come posti letto, respiratori, mascherine frutto del depauperamento e dell’erosione della sanità pubblica che una politica sconsiderata ha fatto negli ultimi 20 anni a favore di quella privata o del mondo della ricerca universitaria che, dopo aver sostenuto i costi di una formazione di ricercatori di ottimo livello, ha favorito la loro fuga verso paesi stranieri che invece riconoscono la loro competenza e non li ghettizzano in un sottoscala sociale ed economico come la precarietà italiana. Parlo di un tema intrinseco all’approccio della medicina tecnologica e positivista alla malattia che in questo frangente ha affrontato con grande difficoltà la novità dell’evento patologico.

Questa medicina si focalizza soprattutto sull’aspetto oggettivo del sintomo e della malattia e non affronta l’aspetto soggettivo del malato come ricerca del suo benessere inteso come il miglior possibile equilibrio biologico e quindi maggior resistenza alle malattie. La prevenzione è un elemento che può essere promosso solo con tecniche che non abbiano effetti collaterali. La iatrogenia è ormai tra le prime tre cause di morte nel mondo occidentale.

“Il medico per essere diverso da quello che è deve imparare a pensare il malato e la malattia in un altro modo” dice Ivan Cavicchi nelle sue “100 tesi per gli Stati Generali della Medicina” evidenziando le criticità e i limiti della medicina contemporanea.

Questa pandemia ha improvvisamente puntato i riflettori sulla figura del medico che da criticato, insultato, denunciato e perfino aggredito fino a poco tempo fa è diventato improvvisamente un angelo salvatore che si prodiga in condizioni drammatiche per salvare gli esser umani e che quindi merita un enorme rispetto e riconoscenza da parte della società. Fa specie che i medici siano sempre quelli di pochi giorni prima. Ciò che è cambiato è la prospettiva del cittadino che si è trovato improvvisamente alla mercè di un evento impreventivabile e di fronte al quale l’onnipotente medicina poco poteva fare.

Quando la farmacologia medica non ha avuto risorse da proporre, allora ha assunto maggior valore l’umanità del medico che si impegna a salvare i suoi simili con i pochi mezzi a disposizione come un eroico medico ottocentesco. In un attimo si è ricreato il legame umano tra simili che si difendono da un comune nemico e tutte le tensioni e le controversie si sono chetate.

Ma quando questo periodo drammatico della pandemia finirà, la medicina tecnologica dell’urgenza e dei disastri tornerà ad essere una componente di nicchia del quotidiano sanitario, la terapia intensiva, i respiratori e le intubazioni torneranno nel loro normale alveo d’impiego. Passato il periodo d’emergenza la cronicità e la medicina del quotidiano tornerà ad essere la parte prepondereante del nostro lavoro. Allora si ripresenteranno gli annosi problemi vissuti in passato filtrati però da questa esperienza che lascerà sicuramente una consapevolezza diversa nel vissuto delle persone.

Ecco che allora le parole di Ivan Cavicchi ci potranno essere utili: “se il medico volesse recuperare la fiducia perduta da parte del cittadino deve accettare la sfida ontologica che il nuovo malato gli pone e misurarsi con una nuova concezione di malattia. Oggi il malato e la malattia sono un’altra cosa da quello che ha studiato il medico all’università. Se è così il medico deve diventare, a sua volta, un’altra cosa. “

Se la medicina contemporanea dimostra questi limiti, oltre alla normale ricerca in ambito convenzionale, deve necessariamente aprire gli orizzonti terapeutici al know out che la cultura della terapia tradizionale e della medicina complementare ha sviluppato in secoli di esperienza .

Il medico nuovo deve avere un approccio “integrato”, deve conoscere possibilità e limiti di più opportunità terapeutiche così da prendersi carico del paziente in modo articolato. La sua competenza non potrà essere ovviamente onnisciente ma la adeguata conoscenza in tutte le tecniche terapeutiche potrà permettergli di scegliere al meglio la strategia di cura a seconda della situazione patologica del malato e rivolgersi a quella. In una situazione d’emergenza sarà prioritaria, per esempio una visione meccanicista-tecnologica (dalla chirurgia alla farmacologia di sintesi) mentre nel trattamento del paziente cronico sarà solo l’integrazione di più approcci di cura a portare un miglioramento del benessere del paziente che si troverà curato a 360° dal terapeuta che sceglierà la tecnica più adatta a seconda del caso clinico. La medicina si dice essere una sola con più volti e sfaccettature ma sempre unitaria. Se così diventerà potrà proporre più risorse terapeutiche sia al paziente che al medico. Il medico si troverà ad avere una tavolozza con molti più colori rispetto a quelli che ad oggi si trova ad usare.

I farmaci convenzionali, come i cortisonici o gli antiinfiammatori per esempio, utili strumenti in situazioni d’emergenza diventano sostanze che possono creare importanti effetti iatrogeni se utilizzati nel tempo in modo continuativo. La morte di 5 persone ogni minuto (dati WHO) per trattamenti medici errati, compresi gli effetti collaterali da farmaci, è un dato emblematico..

In questi frangenti le medicine complementari hanno dato dimostrazione scientifica di poter risolvere o migliorare considerevolmente il quadro clinico del paziente in moltissime patologie con una implementazione del livello di salute e un risparmio di denaro per la colletività.

L’agopuntura, l’omeopatia, la fitoterapia, medicine riconosciute come atto medico dalla legge italiana e inserite nella farmacopea italiana, dovrebbero essere inserite nel piano di studi universitario permettendo ai futuri medici di tornare ad essere dei terapeuti più completi e non solo rischiare di proporsi come ipertecnologici applicatori di linee guida e protocolli farmacologici fortemente suggeriti, nel mondo, dal medical industrial complex.

I cittadini della terra, dopo questa pandemia, avranno tempo di ripensare ad un mondo diverso dove i valori del profitto senza etica fine a se stesso muteranno gradualmente, ci si augura, verso priorità più legate ai bisogni dell’umanità intera, con la riscoperta della solidarietà umana.

In questo panorama la medicina del futuro dovrà essere necessariamente più attenta alle richieste del nuovo ossimorico individuo paziente-esigente.

 

(*) Paradigma s. m. [dal lat. tardo paradigma, gr. παράδειγμα, der. di παραδείκνυμι «mostrare, presentare, confrontare», comp. di παρα- «para-2» e δείκνυμι «mostrare»] (pl. -i). potendo sostituirsi gli uni agli altri nello stesso contesto. Il termine è stato recentemente introdotto nella sociologia e filosofia della scienza per indicare quel complesso di regole metodologiche, modelli esplicativi, criterî di soluzione di problemi che caratterizza una comunità di scienziati in una fase determinata dell’evoluzione storica della loro disciplina: a mutamenti di paradigma sarebbero in tal senso riconducibili le cosiddette «rivoluzioni scientifiche».

 26/03/2020 by Alberto Magnetti

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“…[…] noi vediamo, sentiamo, parliamo, pensiamo ma non sappiamo quale energia ci fa vedere, sentire, parlare, pensare e quel che è peggio è che non ce ne importa nulla.
Eppure noi siamo quella energia, questa è l’apoteosi dell’ignoranza dell’uomo […]”.
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Ci sono due tipi di medicina quella degli schiavi e quella degli uomini.
Quella degli schiavi deve rimuovere rapidamente il sintomo perché possano tornare a lavorare.
Quella per gli uomini liberi cerca di capire il sintomo, il suo significato per la salute del corpo nella sua unità indivisibile, per giungere all’equilibrio di tutta la persona”.
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